il manifesto 2013.06.25
L'ARTE DELLA GUERRA
L'Italia ritorna sulla «quarta sponda»
RUBRICA - MANLIO DINUCCI
Nell'incontro col premier Letta durante il G8, il presidente Obama
«ha chiesto una mano all'Italia per risolvere le tensioni in Libia». E Letta, da
scolaro modello, ha tirato fuori dalla cartella il compito già fatto: «un piano
italiano per la Libia». Il ministro Bonino, fiera di tanto onore, giura: «Ce la
metteremo tutta, la Libia è un paese che storicamente conosciamo bene». Non c'è
dubbio. L'Italia la occupò nel 1911, soffocando nel sangue la rivolta popolare,
usando negli anni '30 armi chimiche contro le popolazioni che resistevano,
internando 100mila persone in campi di concentramento. E, quando dopo
trent'anni perse la colonia, sostenne re Idris per mantenere i privilegi
coloniali. Caduto Idris, si accordò con Gheddafi per avere accesso alle riserve
energetiche della Repubblica libica ma, quando la macchina bellica Usa/Nato si
è mossa nel 2011 per demolire lo stato libico, il governo italiano ha
stracciato, col consenso bipartisan del parlamento, il Trattato di amicizia
firmato tre anni prima con Tripoli, fornendo basi e forze militari per la
guerra. Una storia di cui essere fieri. Che continua con il piano italiano per
la «transizione democratica» della Libia, dove - è costretto ad ammettere lo
stesso Consiglio di sicurezza dell'Onu - si verificano «continue detenzioni
arbitrarie, torture ed esecuzioni extragiudiziarie». In gioco, spiega la
Bonino, c'è «non solo l'interesse dei libici ma il nostro interesse nazionale»:
da qui «il fermo impegno del governo italiano per la stabilità del paese
nordafricano».
Stabilità necessaria all'Eni e alle altre compagnie occidentali per sfruttare,
a condizioni molto più vantaggiose di prima, le riserve petrolifere libiche (le
maggiori dell'Africa) e quelle di gas naturale (al quarto posto in Africa). Ma
sono proprio i campi petroliferi al centro degli scontri armati tra fazioni e
gruppi, la cui rivalità è esplosa una volta demolito lo stato libico. Il capo
di stato maggiore libico, Salem al-Gnaidy, ha invitato i gruppi armati a
mettersi sotto il comando dell'esercito, disponibile ad accogliere «qualsiasi
forza». Ma ciò rischia di far esplodere gli scontri all'interno dell'esercito,
ancora in massima parte da costruire. La Nato ha convocato a Bruxelles il
premier Ali Zeidan per stabilire le modalità di addestramento dell'esercito
libico, che - ha chiarito il segretario generale Rasmussen - sarà effettuato
«fuori dalla Libia».
In Libia, a togliere le castagne dal fuoco, saranno inviati militari e
funzionari italiani, accompagnati da «operatori umanitari» militarizzati.
Nessuno sa quanto verrà a costare tale operazione, che provocherà un altro
salasso di denaro pubblico. Poco importa se aumenterà la spesa militare dell'Italia,
già salita a 70 milioni di euro al giorno. L'essenziale è «mettercela tutta»
perché la coalizione Usa/Nato possa controllare la Libia, importante non solo
per la sua ricchezza energetica, ma per la sua posizione geostrategica
nell'area nordafricana e mediorientale. Lo conferma il fatto - emerso da
un'inchiesta del New York Times - che armi degli ex arsenali governativi
vengono trasportate con aerei cargo qatariani dalla Libia alla base Al Udeid in
Qatar, dove sono dislocate le forze aeree del Comando centrale Usa, e da qui
inviate in Turchia per essere fornite ai «ribelli» in Siria. Una foto scattata
in un deposito dei «ribelli» mostra casse di munizioni da 106 mm per cannoni
Usa senza rinculo M-40 e M-40 A1, con un marchio testificante la provenienza
libica.
Col suo piano per la Libia, l'Italia contribuisce così anche alla «transizione
democratica» della Siria.